Banner
Juan Manuel Santisteban di Giovanni Tarello

 

 Dedicato a Juan Manuel Santisteban

(Ampuero 25 ottobre 1944 – Aci sant’Antonio 21 maggio 1976)

 

Se della vita resterà un solo frammento, allora significherà che non è stato vano viverla. Chissà quanti ne avrà sparsi, durante la sua breve esistenza, Juan Manuel Santisteban Lapeire, professione ciclista. Era un guerriero coraggioso, ricco d’animo e di forza. Qualità da capitano, ma la sua indole di faticatore remissivo gli fece preferire l’oscuro ruolo di gregario (ricordato e rimpianto soprattutto dal povero Juan Manuel Fuente).  Amava la bicicletta e le corse. Preferì rinviare l’occupazione contadina per cercare sorte e peseta con il cavallo d’acciaio.

 


  Già da ragazzo chiese le ali, infatti non aveva paura di volare, anzi adorava spiccare rotte, a volte pindariche, spesso concrete, vergate con il sudore degli umili. Nulla era più raro della genuina bontà che possedeva l’animo onesto di “Manolo Santi”, il suo spirito non vantava neppure invisibili crepe. Amava il suo mestiere e la sua splendida famiglia: la moglie Merche (all’anagrafe Mercedes) e i piccoli Monolino e Maria, che l’attendevano trepidanti nel loro casolare della Cantabria (Colindres di Santander, paese d’origine della moglie), estremo nord della Spagna, per farsi raccontare le mille avventure del suo primo Giro d’Italia. In quella terra brulla e povera ma meravigliosa, che resta il più ricco al mondo tra i siti archeologici del Paleolitico Superiore, stretto tra il Mar Cantabrico e la Cordigliera. Dintorni di Santander, Ampuero e Colindres. Vocaboli musicali, duri ma fascinosi che a me piace ricordare, infatti credo che il ciclismo sia uno sport talmente ricco che insegna, involontariamente, anche la storia e la geografia.

Purtroppo quello che esporrò oggi è triste, talmente mesto che trasforma il racconto in doveroso ricordo. Millenovecentosettantasei. Cinquantanovesima edizione del Giro d’Italia. All’epoca i corridori scendevano in strada per lavorare, la mondanità del giorno d’oggi ancora non esisteva. I personaggi difficilmente si sarebbero adattati alla vanità attuale. Ai nastri di partenza era attesa anche la Kas Campagnolo, l’equipe più prestigiosa del ciclismo iberico. Agli ordini del direttore sportivo Antonio Barrutia Iturriago, basco di Iurreta, classe 1933, un ex professionista dotato di un palmares degno di una forte stretta di mano, c’erano Francisco Galdos, Josè Antonio Gonzalez Linares, Antonio Martos, Antonio Menendez, Josè Nazabal, Juan Manuel Santisteban, Carlos Ocana, Andres Oliva, Sabastian Pozo e Juan Pujol, numeri di gara dal 51 al 60. Tutti volti ad assecondare le speranze rosa del capitano Francisco Galdos, il quale l’anno prima era giunto secondo alle spalle di Fausto Bertoglio nel Giro che si concludeva in vetta allo Stelvio. S’imbarcarono a Madrid alla volta di Catania. Sull’aereo accanto a “Tono” Gonzalez Linares, uomo simbolo di quella Kas, passista straordinario, ottimo cronoman, atleta indimenticabile che dopo Ocana e Fuente, con Lasa, Perurena e Tamames,  è ricordato come uno dei ciclisti spagnoli più forti degli anni settanta, si era accomodato Chico Perez, grande giornalista e competente di corse e biciclette come pochi in Europa. Alle loro spalle si sedettero Manuel Santisteban e Antonio Menendez. Il discorso cadde sui propositi della Kas in quel Giro e Linares fu ferreo nell’affermare che tutti avrebbero stretto i denti per Galdos, solo successivamente potevano cacciare i traguardi parziali e semmai un giorno Barrutia avesse regalato libertà ai gregari, allora Santisteban si sarebbe sicuramente aggiudicato una tappa. D’altra parte era solito a simili exploit, malgrado fosse bollato solo come un onesto faticatore del pedale. Bastava un affondo a “Santi” e, qualora il gruppo avesse concesso licenza, non lo avrebbero più ripreso. Non s’arrendeva mai. Non alzava bandiera bianca neppure se il plotone era lontano una manciata di secondi. Già! Povero Manolo. Gli piaceva ridere e far ridere. Era il clown della compagnia, diventava pure bello “el coco” (il brutto, per i tratti somatici irregolari, asimmetrici, e le orecchie a sventola che lo rendevano però simpaticissimo), quando qualcosa non funzionava a lui bastava una scrollata di spalle, una risata e via. Domani sarebbe stato tutto migliore. Si dovrebbe vivere così, ma in eterno però…

            Era venerdì 21 maggio e il Giro partì per la cinquantanovesima volta. Prima giornata suddivisa in due semitappe disegnate per i velocisti, la prima da Catania a Catania di 64 chilometri, la seconda da Catania a Siracusa di 78. Mattinata incerta in Piazza Duomo, nubi basse sporcavano il cielo altrimenti di un azzurro intenso. Squarci di sereno e rattoppi grigiastri, che promettevano pioggia e dipingevano con colori esitanti l’alba del Giro d’Italia. La corsa partì forte. Osler e Pella tentarono la fuga. Raggiunti. La strada s’impigliava nelle maglie di una Sicilia splendida. Catania alle spalle. Pubblico enorme. Primo traguardo volante a Mascalucia, dove Ercole Gualazzini infilò di giustezza Vicente Lopez Carrl, “hombre” della Kas. Quaranta chilometri divorati in un’ora. Fruscio di ruote, gruppo allungato lungo la statale panoramica che scendeva da Aci Sant’Antonio ad Aci Catena, o meglio: da “Sant’Antoni ad Aci Catina”. Curve ampie, anche pericolose, ma belle, che favorivano l’alta velocità. Era l’ora di pranzo, dalle finestre si avvertivano fragranze di tavole imbandite. L’Etna e il mare. Fichidindia e zagare. Cornici di lava e odore di pesce. Profumi di agrumi e allegria. Terra a tratti rigogliosa e altre brulla, come quella di Ampuero, accanto a Santander. Pochi chilometri e sarebbero sfilati ad Acireale, “Jacinali”, la città che si fregiò dell’onore, si disse e si scrisse, di essere stata la prima in Sicilia a sventolare il tricolore. Ventate maligne di scirocco investivano la corsa con refoli costanti. Forò Gonzalez Linares. All’anima! Erano circa le 12 e 30 e mancava poco al primo traguardo volante della gara rosa. Plotone spianato sul filo dei cinquanta orari. Si fermarono subito, in aiuto al capitano appiedato, Santisteban, Oliva e Carlos Ocana. Ripartirono e dopo poche veementi pedalate vedevano la coda del gruppo, immersi in un paesaggio bellissimo, che invitava a vivere e dimenticare i tormenti del Giro. Manolo conduceva il piccolo convoglio. Un curvone a destra, il brecciolino causò la tragedia: scivolò, saltò in aria e colpì con la fronte il parapetto. Rimase esamine sull’asfalto. Lo speaker di Radiocorsa, il reggiano Fanticini, sollecitò l’intervento della Giroclinica. Lo soccorsero immediatamente, voltandolo con cura. Agghiacciante, non c’era più nulla da fare. Un minuto o poco più e sopraggiunse il dottor Piero Ceccoli, medico del Giro. Lo caricarono sull’ambulanza, non prima di consentire lo scatto di una foto che, con pessimo gusto, invase le prime pagine dei quotidiani del 22 maggio. Giunse cadavere all’ospedale di Acireale. Addio Manolo, lui che amava il cammino degli uomini liberi era volato via, qualche chilometro prima di scoprire le chiese barocche di tono spagnolo presenti a Jacinali. Non si sentiva più il profumo di zagare e fichidindia e neppure la Sicilia “bedda” molto simile alla Cantabria splendida e struggente di Manolo Santi diveniva vuota, insignificante. Il sogno rosa si trasformò in tragedia su di una scalinata del centro di Catania. Si sapeva, si sentiva, ma toccò a Barrutia l’ingrato compito di portare la terribile notizia ai nove residui “compagneros” della Kas. Poi la telefonata a Don Luis Knorr patron rimasto in Spagna. Il resto non conta più: è come un foglio accartocciato. Il numero “56”, la maglietta gialloblù sporca di sangue, le cartoline dei corridori sparpagliate sul cruscotto dell’ammiraglia spagnola. Il Giro d’Italia che nessuno tra gli iberici avrebbe voluto continuare proseguì due ore dopo con i ragazzi della Kas confusi, sconvolti, mescolati e coperti dal gruppo silenzioso. Pioveva, ma dagli occhi scesero più lacrime che acqua dal cielo. A tarda sera giunse dalla Spagna l’ordine di continuare la corsa, onorando al meglio la memoria di un ragazzo felice che avrebbe voluto sostenere Galdos in pianura e Gonzalez Linares ovunque, da Catania fino a Milano, sebbene la pietà inducesse al ritiro. 

            Il Giro proseguì bello e incerto, tra volate e colpi di mano, stilettate e pugnalate. Il vento girava senza che la foglia tornasse al ramo, senza che il ricordo di Manolo Santi si affievolisse, senza che i ragazzi della Kas staccassero il dorsale di gara. Speravano, gli spagnoli, di dedicare un successo allo sfortunato ragazzo cantabrico, anzi ci tenevano, lo volevano con tutte le forze. Ci aveva addirittura provato Martos tre ore dopo che Santisteban aveva spiccato il volo verso il Paradiso. Giunse lunedì 31 maggio, frazione di trasferimento dall’Umbria, Terni, al confine tra Marche e Romagna, Gabicce Mare. Antonio Menendez, “el rubio” di Cangas del Narcea, presso Gijon, sistemò al meglio il colletto della maglietta, sfiorò i mutandoni neri e non appena il sindaco ternano, Soggiu, abbassò la bandierina del via scappò dalla compagnia. Rammentava Santisteban e lo sport che lo rapì per sempre. Pensò alla sua prima bicicletta, regalatagli da uno zio prete. Alla sua bellissima famiglia, alla moglie e alla figlioletta Vanessa. Ma soprattutto c’era Manolo nella sua testa. La parola di Santi lo spingeva, lo esortava a pigiare sui pedali, sebbene mancassero ancora 220 chilometri al traguardo. A non udire una vocina che gli diceva “Donde te marchas, Antonio, estas loco?”. No, non era pazzo il ragazzino asturiano con gli occhi verdi e il diploma di ragioniere nel cassetto di casa. Era coraggioso. Forte e risoluto. Al valico della Somma, dopo 18 chilometri di tappa vantava 3’ e 15” su Lopez Carril (compagno di squadra) e 7’ e 15” sul grosso. Antonio continuò a macinare ingollando bocadillos (gustosi panini della sua terra) e platanos (banane), rendendosi sordo ai crampi e alla fatica. Centomila metri coperti alla media di 42,500! Manolo dal cielo sorrise felice. Antonio proseguiva con lena infinita, mentre il gruppo mulinava scaltro. Tanti i chilometri alle spalle e il vantaggio continuava a dilatarsi: sfiorò i diciotto minuti. Menendez era arrivato ultimo a Catania, ancora ultimo a Siracusa, vinto dal dolore e dalla voglia d’abbandonare una gara per lui senza senso. Era tornato in quella stanza d’albergo, il La Plaia, e osservando il letto del suo compagno di camera rimasto terribilmente vuoto pensò al ritiro, al mesto rientro in patria. Poi iniziò a meditare il sacrificio meritato da Santisteban e assaporò l’impresa. Duecentoventuno chilometri s’erano sciolti sotto alle sue ruote. Ancora pochi istanti e avrebbe narrato ai giornalisti iberici, Antonio Valluggera e Chico Perez, che quell’immane fatica era stata la più nobile di tutta la vita. Berrettino madido di sudore. Occhi infossati dalla gogna e dal pianto. Ancora cento pedalate e si rialzò. Guardò il cielo, compì il più nobile dei gesti: un lentissimo segno di croce. Aveva vinto Antonio Menendez Gonzalez, anzi aveva vinto Juan Manuel Santisteban Lapeire, proprio come pronosticò Josè Antonio Gonzalez Linares sull’aereo per Catania. “Se Santi scatta e prende cinquanta metri lo rivedranno solo al traguardo”… Nessuno, purtroppo, ha rivisto la pedalata dinoccolata del “coco”, però Menendez, solo Antonio Menendez Gonzalez, ha udito, inconsciamente, i suoi incitamenti. Infatti, credetemi, ci sono parole, frasi, che solo il silenzio sa sussurrarti…   

 

Ordine d’Arrivo della tappa dedicata a Santisteban:

Terni Gabicce Mare

 

Antonio Menendez Gonzalez   Spagna                    Gs. Kas Campagnolo

chilometri 222 in 5 ore 35’ e 47” media: 39,649

2°  Rik Van Linden                  a 12’47“            Belgio                        gs. Bianchi Campagnolo

3°  Roger De Vlaeminck          st                    Belgio                        gs. Brooklyn

4°  Enrico Paolini                 st                    Italia                         gs. Scic

5°  Eddy Merckx                      st                    Belgio                        gs. Molteni Campagnolo

6°  Marino Basso                   st                    Italia                         gs. Furzi Vibor

7°  Pierino Gavazzi               st                    Italia                         gs. Jolljceramica

8°  Bruno Vicino                    st                    Italia                         gs. Furzi Vibor

9°  Ronald Salm                     st                    Svizzera                    gs. Zonca Santini

10° Francesco Moser             st                    Italia                         gs. Sanson Campagnolo

 

Classifica Generale:

1°  Felice Gimondi            Italia             Maglia Rosa             gs. Bianchi Campagnolo

2°  Johan De Muynck              Belgio             a    44 secondi                        gs. Brooklyn

3°  francesco Moser              Italia             a    53 secondi                        gs. Sanson Campagnolo

4°  Roger De Vlaeminck          Belgio             a    54 secondi                        gs. Brooklyn

5°  Eddy Merckx                      Belgio             a   1’04”                        gs. Molteni Campagnolo

6°  Wladimiro Panizza          Italia             a   1’12”                        gs. Scic

7°  Giancarlo Bellini            Italia             a   1’31”                        gs. Brooklyn

8°  Giambattista Baronchelli   Italia        a   1’34”                        gs. Scic

9°  Fausto Bertoglio            Italia             a   1’40”                        gs. Jolljceramica

10° Giovanni Battaglin        Italia             a   1’43”                        gs. Jolljceramica

 

Maglia Ciclamino – Classifica a Punti:                      Roger De Vlaeminck

Maglia Verde – Gran Premio della Montagna:     Fabrizio Fabbri

Trofeo Fiat 131:                                              Tullio Rossi

raguardi Regionali:                                 Arnaldo Caverzasi

Maglia Bianca – Miglior Giovane:                           Juan Pujol

Classifica a Squadre:                               Brooklyn

 

         Nota: Il 15 maggio 2011, durante lo svolgimento del Giro d’Italia e relativo passaggio da Aci Sant’Antonio, è stata scoperta una stele dedicata a Juan Manuel Santisteban Lapeire, che al Giro d’Italia offrì la sua breve esistenza il 21 maggio 1976.

Juan Manuel Santisteban Lapeire

 

            Nacque ad Ampuero (Cantabria) 25 ottobre 1944

Deceduto ad Aci Sant’Antonio (Catania) 21 maggio 1976

Professionista dal 1969 al 1976. 14 vittorie.

Anno    Squadra

1969     La Casera Pena Bahamontes

1970     Karpy Licor

1971      Karpy Licor

1972     Karpy Licor

1973     Monteverde

1974     Kas Kaskol

1975     Kas Kaskol

1976     Kas Campagnolo

        Vittorie:

1971      Tappa Benidorm Giro del Levante                                    (2° Lopez Rodriguez a 4’19”)

1971      Tappa Llanes Giro delle Asturie                           (2° Aja a 10”)

1971      Tappa Santona Giro di Cantabria                          (2° Perurena st)

1972     Tappa Manresa Giro di Catalogna                         (2° Tosello a 2’14”)

1973     Tappa Barcelona Vuelta di Spagna                        (2° Torres a 1’36”)

1974     Giro delle Asturie Classifica Finale                      (2° Tamames a 2’32” … 5° Menendez a 2’48”)

1974     Tappa Cangas de Narcea Giro delle Asturie          (2° Martins st … 5° Menendez st)

1974     Tres Dias Leganes Classifica Finale                      (2° Vallori a 30 secondi)

1974     Tappa Laredo Vuelta di Spagna                            (2° Venceslau Fernandez a 5’33”)

1974     Tappa Soria Giro d’Aragona                                 (2° Rodrigues st)

1974     Tappa Privas Criterium del Delfinato                    (2° Elorriaga a 2’35”)

1974     Tappa Mieres Giro delle Valli Minerarie                (2° Alcon st)

1974     Tres Dias de Leganes Classifica Finale                 (2° Vallori Mateu)         

1976     Tappa La Linea Giro d’Andalusia                           (2° Karstens st)

            nel 1968, ancora dilettante, si aggiudicò cinque tappe al Giro di Guatemala. Gara vinta da Manuel Galera, sfortunato atleta, fratello di Joaquim, che perse la vita durante una tappa del Giro di Andalusia del 1972, in un incidente analogo a quello occorso a Santisteban.

Nota: Mercoledì 8 aprile 1970 poteva diventare il primo giorno di gloria per Manuel Santisteban. Infatti durante la terza frazione della Settimana Catalana, dalla Repubblica di Andorra a Menileu, “Santi” attaccò dopo pochissimi chilometri distanziando il gruppo di oltre due minuti. Le condizioni climatiche però erano pessime: una forte nevicata, vento e nebbia rendevano impossibile procedere. Fu così che poco dopo Beliver, prima che i corridori attaccassero l’impegnativa scalata verso i 1.800 metri del colle Tossa, la direzione di gara decise di annullare la tappa. Comunque per il coraggio dimostrato Santisteban venne dichiarato “vincitore morale” della gara.

In carriera fu anche leader per tre frazioni al Giro delle Asturie 1974 e per due alla Tres Dias de Leganes sempre nel 1974 

Alcuni Piazzamenti di Rilievo:

1970     2° Basauri

1970     3° Giro de la Rioja Classifica Finale

1970     10° Vuelta di Spagna Classifica Finale

1970     3° tappa Llodio Vuelta di Spagna

1973     4° Giro de la Rioja Classifica Finale

1973     10° Campionato Nazionale Spagnolo su strada a Barcellona

1973     48° Vuelta di Spagna

1974     2° Giro de la Rioja Classifica Finale

1974     2° Segovia

1974     39° Vuelta di Spagna Classifica Finale

1975     3° Ciclocross di Lagol de Enol

1975     43° Vuelta di Spagna Classifica Finale

1976     31° Vuelta di Spagna Classifica Finale

1976     2° tappa Palencia Vuelta di Spagna

1976     3° tappa San Sebastian Vuelta di Spagna

 
Banner

I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando tali servizi, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra Per informazioni privacy policy.

EU Cookie Directive Module Information